L’ora d’arte

L’ora d’arte nasce da un’esigenza molto semplice: portare la Bellezza nei luoghi dove non c’è, in carcere nel caso specifico. E riconoscere che anche gli “ultimi” abbiano il diritto di accedervi mettendoli nelle condizioni di farlo. 

Lo reputo civile, lo reputo giusto.

Lo reputo umano, necessariamente umano.

Perché la Bellezza è uguale per tutti.

La mia missione, perché tale la reputo e lo dico spogliandola da ogni orpello retorico, è quella di offrire a categorie di soggetti “svantaggiati”, che si trovano in condizioni di marginalità, degli strumenti per accedere a un sapere – quale quello artistico e culturale più in generale – solitamente considerato inaccessibile. E lo faccio parlando loro in napoletano, per motivazioni di carattere sociolinguistico facilmente intuibili. 

Reputo un diritto – dovere responsabilizzare ed educare al bene comune i cittadini, quei cittadini che vivono determinate realtà territoriali la cui ricchezza artistica è pari al degrado sociale in cui versa. Degrado sociale che è l’humus perfetto per il proliferare di un’attitudine delinquenziale, alimentato dalla rabbia di chi si sente messo ai margini e non tenuto in considerazione. Ed è per questo che è necessario  far fronte a tutto ciò con con la cultura, con una relazione che cura. Ripristinando, della cultura, il suo significato originario di coltura, coltivazione. In tal senso, allora, zappando zappando, voglio seminare in un terreno generalmente considerato infelix. Del resto come diceva giustamente Marotta, dalla cultura dipendono le sorti dell’umanità.
L’intento è molto semplice: penso che l’arte possa configurarsi come prezioso strumento di ReInclusione perché, per citare Kierkegaard,  «ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno svelare, ma al tempo stesso un atto creativo». O come direbbe Brecht, perché «tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella di vivere».
E quindi penso, e ne ho avuto un effettivo riscontro, che l’arte possa essere uno scalpello col quale il soggetto (il ristretto, in questo caso) possa farsi scultore della propria materia. Direzionando il suo sguardo – attraverso la contemplazione del fatto artistico – verso un’interiorità dai più dimenticata, anche da chi è fuori ma non sa scendere dentro di sé. 


Gli incontri sono pensati come laboratori alchemici dove si intrecciano educazione affettiva, creatività e attenzione alla persona. La mia è una visione fondata sulla fiducia nella bellezza interiore di ognuno e che attraverso uno sguardo esterno sul bello che li circonda, porti i ristretti ad attivare uno sguardo sulla propria interiorità e sul bello che li abita.

Nonostante tutto.

Nello spazio sacro dell’incontro ci si sente infatti a casa nel momento in cui si risveglia la percezione di sé, dell’esserci e dell’esistere secondo una natura che a causa di un’affettività, mancata, distorta o vissuta male è stata profondamente inquinata.

Il progetto ha avuto inizio, a mò di sfida, nel 2018 nella C.R. “Filippo Saporito” di Aversa. Da allora ha iniziato a camminare e non si è più fermato.

Lascia un commento