Uno dei primi cinque ristretti con cui ho interagito in vesti ufficiali.
Occhi azzurri che il mare non l’hanno mai visto, il suo colore è il verde del tristemente famoso parco da cui proviene.
È stato lui a farmi prendere seriamente in considerazione l’idea di diventare un insegnante che opera nelle carceri. “Nun putite venì tutt’e juorne?”, queste le sue parole dopo aver spiegato cosa ci facevo lì e qual era la mia idea.
Queste le sue parole che mi si sono radicate dentro e che spero da radici possano un giorno diventare frutti.
Non ha mai saltato un incontro, se non qualche rara volta perché aveva un colloquio.
Sempre attento e con un sorriso di un bianco smagliante come la roba che distribuiva in giro per il mondo e che l’ha portato lì, in un istituto di reclusione.
Oggi, alla fine dell’incontro, è stato uno degli ultimi a volersi alzare da una di quelle sedie che diventano sempre più magnetiche.
Uno scambio di battute veloce sui prossimi incontri e un’ammissione, a testa alta: “io nun capisco niente, aggia sempe fatto ’n’ata vita”.
E io gli ho risposto che quella vita che ha fatto l’ha portato lì, in quello spazio dove si condivide Bellezza.
Ha annuito sorridendo e il bianco dei suoi denti stavolta mi ha ricordato la purezza di un bambino.
Non poteva che essere questo il primo post di questo blog!
Da tempo coltivavo l’idea di raccogliere in un unico contenitore tutte le esperienze di volontariato carcerario che in questi anni mi hanno attraversata. L’intento era sempre vivo, così come la voglia di raccontare e far conoscere questa realtà. Ma la pigrizia e un’atavica, ma creativa, disorganizzazione mentale mi hanno sempre spinta a procrastinare finché la necessità mi ha portata ad aprire questo spazio.
Tutto è nato da una mia foto in cui indossavo una maglia con su scritto “Questa filosofia mi sproporziona la mente”, parole di un ristretto diventate un manifesto. Corredavo l’immagine con una riflessione in cui sostenevo come tali parole manifestassero ciò che è possibile realizzare in un contesto nel quale la restrizione può diventare strumento di Libertà se si mette in moto il pensiero e si dà spazio all’ascolto. Facevo infatti riferimento ad un percorso di pratica filosofica (P4C) che all’interno di un carcere non è una semplice attività rieducativa ma molto molto di più.
È un percorso che ti cammina dentro e ti porta a spogliarti di ciò che credevi di essere e ti fa scoprire chi veramente sei. Al di là di ogni facile retorica.
Giovanni ha detto che ha ritrovato la sua anima.
E dicendolo ha ricordato a tutti noi cosa significa averne una.
Raccontavo, come amo sempre fare, di uno spettacolo di vita vera. I ristretti del carcere di Aversa erano infatti saliti sul palco mettendo la loro carne a disposizione delle parole che hanno scritto durante gli incontri di P4C.
Avevano avuto il coraggio, grande, di mostrarsi per ciò che sono diventati grazie alla cura di una donna straordinaria che nella loro ingenua sapienza definiscono “maestra”. Tutto ciò era stato reso infatti possibile grazie a quell’anima splendida che è Giuseppina Giuliano, Teacher Educator in P4C, che con pazienza e davvero tanto amore, aveva tessuto la trama di uno splendido arazzo di anime.
In seguito alla pubblicazione di questa foto numerose sono state le richieste pervenute per l’acquisto di questa maglia la cui realizzazione grafica è opera di Cecilia Danesi, artista di luminosa sensibilità. Cosa impensabile fino a un secondo prima, giacché erano state pensate per essere indossate dai protagonisti senza alcun’altra finalità. Ma dinanzi all’insistenza nel voler supportare l’attività ho vinto la vergogna nel chiedere soldi per qualcosa che per me è servizio di pura umanità e la cui ricompensa è la gratitudine che provo nel farlo. E sottolineando che le mie attività di cura negli spazi di marginalità sono sempre gratuite, ho iniziato a trascrivere su un taccuino nomi e taglie rendendo possibile l’acquisto di una maglia che celebra una riconfigurazione del pensiero rendendolo non proporzionale a quello comune che vede nel carcere solo un luogo di cattiveria e degrado umano.
Perché sì, la filosofia sproporziona la mente.
E anche un “carcerato” può diventare un filosofo evadendo dalla prigione dell’ignoranza di sé.
Mentre ancora provo a scrollarmi di dosso qualche briciolo di vergogna, ricordo le parole di un’amica che è stata la prima a ricevere la maglia consegnata a mano, corredata di un post it con un ringraziamento scritto di mio pugno e una chiacchierata su tutto ciò che è cura nella marginalità.
Lei, scutuliandomi, mi dice francamente che è per me. È perché è una cosa che sto facendo io, mettendoci la mia faccia. È stato in quel preciso momento, per la prima volta, che mi sono resa conto della potenza della paziente e silenziosa semina di questi anni.
Io così piccola dinanzi a cose tanto grandi.
Mi sono resa conto infatti di aver acquisito una certa credibilità in merito a certe tematiche e mi sono commossa.
Perché vuol dire che sono riuscita davvero a mettere un mattoncino per la costruzione di un ponte.
E questo è avvenuto grazie all’ascolto di cui mi è stato fatto dono e alla fiducia investita in me.
Per questo motivo ringraziare desidero tutti quelli che in questi anni con me ci hanno creduto e ancora credono che, come canta De Crescenzo, l’ammore a nuje ce pò salvà.