L. è uno dei magnifici cinque.

Uno dei primi cinque ristretti con cui ho interagito in vesti ufficiali.

Occhi azzurri che il mare non l’hanno mai visto, il suo colore è il verde del tristemente famoso parco da cui proviene.

È stato lui a farmi prendere seriamente in considerazione l’idea di diventare un insegnante che opera nelle carceri. “Nun putite venì tutt’e juorne?”, queste le sue parole dopo aver spiegato cosa ci facevo lì e qual era la mia idea.

Queste le sue parole che mi si sono radicate dentro e che spero da radici possano un giorno diventare frutti.

Non ha mai saltato un incontro, se non qualche rara volta perché aveva un colloquio.

Sempre attento e con un sorriso di un bianco smagliante come la roba che distribuiva in giro per il mondo e che l’ha portato lì, in un istituto di reclusione.

Oggi, alla fine dell’incontro, è stato uno degli ultimi a volersi alzare da una di quelle sedie che diventano sempre più magnetiche.

Uno scambio di battute veloce sui prossimi incontri e un’ammissione, a testa alta: “io nun capisco niente, aggia sempe fatto ’n’ata vita”.

E io gli ho risposto che quella vita che ha fatto l’ha portato lì, in quello spazio dove si condivide Bellezza.

Ha annuito sorridendo e il bianco dei suoi denti stavolta mi ha ricordato la purezza di un bambino.

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